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Il futuro e quel tempo emarginato sull’altare della globalizzazione

Scritto da Dimitri Deliolanes on . Postato in Culture

Qual è il tempo dei verbi greci che ha ceduto per primo alle esigenze di quella globalizzazione ante litteram che era rappresentata dal periodo ellenistico? Non certo l’aoristo, che fa tanto soffrire gli studenti dei classico e che –si consolino- è tuttora vivo e vegeto, con poche varianti.

 

No, il tempo che ha ceduto quasi subito, emarginato fin dai primi anni del dominio macedone, è stato il futuro. Ripudiato, scacciato, quasi dimenticato dai nuovi gestori della lingua ellenica. La storia è nota: il greco stava diventando lingua internazionale, parlata- o almeno compresa- in un’area estesissima che andava dall’Italia meridionale e arrivava fino in India.

Un dominio linguistico durato molto a lungo, fino ai primi secoli della conquista islamica, quando gli intellettuali arabi erano in grado di tradurre i testi antichi per i nuovi padroni. 

Per chi si ricorda gli anni del liceo, il futuro antico era complesso, contorto, difficile da memorizzare. Ed ecco che i nuovi ellenofoni cominciarono a usare quelle forme perifrastiche che alla fine si sono definitivamente affermate nel greco moderno: anziché dire “andrò”, l’ellenofono globale preferiva dire “voglio”, “auguro”, “auspico” di andare. Già all’epoca dei Vangeli questa forma era ampiamente prevalsa nella lingua parlata, lasciando l’antico futuro solo all’uso esclusivo dei dotti che, com’è noto, si compiacevano di imitare gli stilemi del dialetto attico, una lingua letteraria morta molti secoli prima.

Poiché i classicisti spesso non conoscono il greco moderno, questa precoce tendenza a cassare il futuro classico veniva considerata un fenomeno di imbarbarimento della lingua, corrosa sulla bocca di tanti non ellenofoni madrelingua. Un errore, come dimostra brillantemente Geoffrey Horrocks, eccelso bizantinista di Cambridge: il presunto barbarismo era invece una tendenza intrinseca nell’evoluzione del greco. La riprova è che nella lingua parlata del periodo bizantino l’antico futuro era ormai sostituito del tutto. C’è la Cronaca del Morea, opera anonima del XIV secolo sul dominio crociato seguito alla prima caduta di Costantinopoli. Un’opera divertente: si lodano i signori feudali e si insultano i ribelli “greci”, ma in lingua greca. Là l’antico futuro manca del tutto. Ancora prima, nell’Alessiade di Anna Comnena, madre dell’imperatore bizantino Alessio I Comneno, scritta l’XI secolo, le due forme si alternano.

La madre dell’imperatore è un’intellettuale e usa una lingua ricca e ben strutturata. Eppure, tra tanti atticismi, spessissimo emergono forme una volta vernacolari ma oramai sdoganate anche dentro il palazzo di Costantinopoli. Tra queste, il primo posto occupa, per l’appunto, il futuro perifrastico.

Non è una scoperta da poco. Specialmente se poi veniamo a sapere che molte voci del greco moderno hanno origine diretta nella lingua antica. Parole talvolta di origine periferica (magnogreco o dell’Asia Minore), talvolta lemmi marginali nel dizionario corrente, che per una serie di circostanze, hanno avuto grande successo nel periodo romano e da lì sono arrivati fino a noi. In questa categoria appartengono parole di uso comune, come “matto”, “basso”, “scemo”, mentre la diffusissima parola per dire “nodo” viene dalla Sicilia dorica. Lo dimostra Albio Cesare Cassio dell’Università La Sapienza di Roma.

I due saggi citati sono contenuti nel ricchissimo e appassionante volume Storia e storie della lingua greca, a cura di Caterina Carpinato e Olga Tribulato, edito dall’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il volume raccoglie le relazioni alla giornata internazionale di studi greci che si è tenuta nell’Università veneziana il 17 maggio 2013.

L’immagine della lingua che emerge è sorprendente. Si spazia lungo la lunga, lunghissima, storia del greco moderno per scoprire le sue radici di inaspettata antichità. Non una frattura, quindi, con la lingua classica, ma una continuità sotto forme e modalità diverse, in modo da configurare non una “nuova” lingua, ma una lingua evoluta, diversa, ma strettamente legata alle sue antiche origini. Alle quali ricorre con grande facilità.

In grandissima parte, questo è stato un merito dell’Impero Bizantino, che aveva assunto il cristianesimo ortodosso e la lingua greca come elementi distintivi della sua identità culturale ed etnica, come afferma il saggio di Theodore Markopoulos dell’Università di Patrasso. Nell’impero si parlavano tante lingue, ma la classe colta si guardava bene dall’accettare contaminazioni e contagi. La linea difensiva, ovviamente, si preferiva tracciarla lungo la tradizione classica arcaizzante, ma ora scopriamo che anche la lingua parlata non era meno dinamica nel difendere la sua identità. E’ avvenuto a Creta sotto il lungo dominio veneziano, quando la classe dirigente di lontana origine italiana ha iniziato a sfornare continue opere letterarie, originali o in traduzione, in greco parlato. Tanto che nel XVI secolo, fino alla conquista ottomana (Candia cadde nel 1645 dopo un lungo assedio) l’isola era diventata il vero centro letterario dell’ellenismo. Dopo la conquista ottomana, le lettere saranno trasferite a Costantinopoli ma specialmente a Venezia, dove, più tardi, sorgerà anche la prima tipografia greca. Alfred Vincent dell’Università di Sidney esamina la ricchezza e la varietà del greco nella letteratura cretese e si chiede se gli ottomani avessero strangolato prematuramente il processo del cretese verso il suo assurgere a lingua nazionale. Magari ad opera di veneziani ellenizzati, come il grande scrittore Vincenzo Cornaro, diventato a Creta Vitsèntzos Kornàros.

Ia questione di una koinè tra i greci sudditi ottomani è stata sicuramente un problema culturale ma soprattutto è stata un problema politico, almeno fin dal 1750, secondo Peter Mackridge dell’Università di Oxford. Nell’impero ottomano, si sa, vigeva il sistema del millet, che divideva le nazionalità in base alla religione. I cristiani (ortodossi, i cattolici non erano considerati) erano “millet i rum”, la “nazione dei romani” (d’oriente) e il loro leader di fronte al sultano era il Patriarca di Costantinopoli.

Nell’identità collettiva dei “romani” o “romei” o “romii”- come si definivano gli ex sudditi bizantini- l’elemento della lingua era stato retrocesso, per lasciare il primato alla religione. Questo ha avuto effetti disastrosi sulla lingua: la classe dirigente cristiana (i fanarioti) si adeguava all’arcaismo del linguaggio ecclesiastico e abbandonava ogni tentativo di dare dignità alla lingua parlata. Intere comunità cristiane, come quelle della Cappadocia, perdevano l’uso del greco e si piegavano a quello del turco, mentre trionfavano i dialetti: il pontico, il cretese, il cipriota sono quelli più forti.

Solo con gli illuministi greci, intellettuali borghesi che vivevano in Europa ed erano rimasti affascinati dalla rivoluzione francese, comincia a porsi il problema di una lingua “nazionale”, come risorto segno di identità della nazione. Le risposte sono state tante e spesso contradditorie: il rivoluzionario Rigas Feraios si è tuffato nella lingua parlata, sfornando traduzioni, romanzi, canzoni di lotta, mentre Athanasios Korais, che aveva partecipato attivamente alla rivoluzione francese, preferiva una lingua più vicina all’antico, una lingua mista e artificiale. La dicotomia, è cosa nota, andrà avanti fino alla caduta dei colonnelli nel 1974, quando la lingua parlata, il demotico, diventerà per la prima volta la lingua ufficiale della Repubblica.

Il greco moderno quindi è sorto e si è affermato già molti secoli fa, ma ha avuto enormi difficoltà a farsi riconoscere per quello che è: espressione autentica di un processo plurimillennario di identità e specificità. I greci liberati dal giogo ottomano hanno avuto difficoltà a parlare una lingua “nazionale”, come hanno avuto difficoltà a costruire uno stato nazionale. Crollata l’ideologia politica universalista dei romani e dei loro eredi bizantini, bisognava adeguare l’ellenismo alle nuove condizioni, ridurlo entro confini angusti, costruire uno stato “greco”. Se si osserva questo processo con gli occhi dell’attuale crisi economica, si potrebbe affermare che le classi dirigenti greche hanno fallito nell’impresa.   

Invece, in campo letterario la battaglia fu dura e tenace ma alla fine fu vinta. I greci moderni non si sono mai identificati con il loro stato, ma hanno sempre amato la loro lingua viva. Anche le antiche comunità dell’Asia Minore hanno accolto prestiti dal turco ottomano ma con quale destrezza li hanno subito grecizzati, integrati nel tessuto della lingua, magari per dare loro un senso inedito, particolare. Vedi la parola sevda, amore in turco, che in greco è diventato sevdas, l’amore struggente, non corrisposto.

 Il senso di continuità dal greco antico a quello moderno è stato sempre recepito dai greci come un segnale del senso di continuità dell’identità nazionale. Al contrario di quello che è successo nell’Europa occidentale, in cui il senso di collettività è stato il prodotto delle monarchie e degli stati nazionali (“lo stato crea la nazione”), nel caso greco abbiamo avuto un percorso inverso (“una nazione in cerca di stato”). E’ stata la lunga storia dell’ellenismo e la sua forte influenza culturale che hanno fornito ai greci forte senso di appartenenza. Le basi di questa identità erano fortemente culturali (lingua e cristianesimo), quindi inclusive, mentre sono sempre mancate considerazioni di sangue e razza.

Va sottolineato questo, visto che ultimamente girano anencefali di estrema destra che parlano di “DNA greco” e altre sciocchezze. E’ una felice coincidenza, infatti, che il prezioso volume sia uscito dalle stampe proprio adesso, quando il senso di appartenenza e l’orgoglio dell’identità ellenica riceve duri attacchi da ogni parte. Non solo dai nazionalsocialisti di Alba Dorata che vogliono importare dogmaticamente le idee razziali del III Reich ma anche da studiosi di sinistra, che rigettano ogni idea di continuità, considerata “il mito fondativo dello stato neogreco”, come sostiene Hobsbawm, parlando però di altre longitudini.

E’ l’avanzata del nuovo dogmatismo, delle idee importate dall’estero già precotte. Peggio per loro se si scontrano con la storia concreta della lingua greca, l’argomento principe in favore della continuità: una lingua antica ma anche moderna, ricca e capace di muoversi e di spaziare su vari livelli, da Omero ai social media.

Ecco quindi a cosa serve questo interessantissimo volume. Al posto dei nazisti semianalfabeti e dei professori da panel TV, qui abbiamo studiosi veri che cercano prove, indizi, tracce della storia vera del nostro popolo e della sua preziosa lingua. Un lavoro di grande valore per noi greci ma anche per gli europei, come spiega una delle curatrici del volume, la professoressa Caterina Carpinato di Ca’ Foscari, in un saggio dedicato proprio allo studio del neogreco in Italia.  Un grande ringraziamento per la bellissima lezione.

           

    

 

 

 

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