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Costantinopoli, Santa Sofia simbolo della riscossa islamica?

Scritto da Angelo Maria Ardovino on . Postato in Culture

Su Moustafà Kemal detto Atatürk, fondatore della Turchia moderna, c’è una leggenda metropolitana: un mattino la gente trovò serrate le porte di Ayasofia, Santa Sofia, che Maometto II aveva trasformato in moschea il giorno stesso della conquista di Costantinopoli, e un cartello su cui Atatürk aveva scritto di suo pugno: “Il museo è chiuso per restauri”. È una leggenda, ma illustra la determinazione del dittatore nel laicizzare lo stato e la cultura, e nell’adottare soluzioni popolari in Occidente. Ayasofia diventava il museo di se stessa, rimuovendo l’intonaco che aveva coperto i mosaici con soggetti cristiani o comunque iconici, e mantenendo anche gli arredi islamici più significativi che si erano accumulati in quasi mezzo millennio. L’arte e la storia prevalevano sul resto, secondo un modello storicistico affermatosi in Europa, e soprattutto non c’era possibilità di scontro tra le religioni, messe laicamente sullo stesso piano.
 
Il modello Ayasofia con il passare dei decenni fu replicato in altri edifici, ma senza la genialità di Atatürk; ci sono stati contraccolpi che sono cresciuti negli ultimi anni dopo la caduta del kemalismo, e ne derivano polemiche e pregiudizi. Timidamente inizia a circolare l’idea che la riscossa islamica voglia puntare sul ripristino della moschea. Non è una prospettiva immediata. Ma per capire come vanno le cose, sarà utile ricordare la storia di un’altra Ayasofia, quella di Trebisonda.
 
Trebisonda fu capitale dal 1204 al 1461 di uno stato greco indipendente; Ayasofia era una chiesa un tempo extraurbana, in cui i Commeni, scacciati da Costantinopoli, fecero eseguire cicli di affreschi. I Turchi, ma solo nel ‘700, ricoprirono gli affreschi a calce e la trasformarono in moschea. Nel 1960 il ministero dei Beni Culturali e del Turismo, forse commettendo alcune gaffe, espropriò la moschea, rimise in luce gli affreschi e destinò a museo l’edificio. 
Non ci furono reazioni popolari, che del resto nella “semidittatura militare” che vigeva in quegli anni non sarebbero state tenute in gran conto: infatti la moschea non era essenziale in una città già piena di moschee; però suscitò la profonda opposizione della Direzione Generale delle Fondazioni, Vakıflar Genel Müdürlüğü, VGM, un altro ufficio statale che si occupa del patrimonio religioso (di tutte le religioni, anche dei Cristiani), che si era visto estromesso. Un contenzioso che dura da 36 anni, e non è ancora finito, anche se il VGM pochi mesi fa ha ottenuto dalla Cassazione Civile (noi diremmo il Consiglio di Stato) l’annullamento dell’esproprio fatto dai Beni Culturali. 
 
Il problema è complicato dal fatto che il VGM è controllato da Bülent Arınç, vice primo ministro, di sicuro più oltranzista del primo ministro Erdoğan. Arınç, convinto, come ogni buon musulmano, che il cristianesimo vada rispettato, ha avviato anche una politica di restituzione di beni alle comunità cristiane che non ha precedenti in tutta la storia della quasi centenaria Turchia laica, ma sulle moschee non transige. Gli viene attribuita la dichiarazione che “le moschee sono luoghi di culto e di preghiera, è pertanto inaccettabile che funzionino come musei”. Non sappiamo se l’abbia detta davvero o no, ma il semplice fatto che gli venga attribuita non è rassicurante. Nel 2011 Arınç decide la trasformazione del museo in moschea. 
 
La cosa suscita molte perplessità nella stessa comunità musulmana, che comprende sì oltranzisti che raccolgono firme per riaprire le moschee e fondi – più firme che fondi, a quanto pare – ma soprattutto moderati che amano l’idea della convivenza. È da questi, paradossalmente, che nascono le critiche, basate sul fatto che nell’opinione comune, in città, un’altra moschea non serva a niente. Le critiche rimbalzano in ambiente cristiano. Il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo il 16 agosto 2012 si reca in visita al Museo, e conversando con la stampa ricorda il giudizio dei musulmani sull’inutilità di un altra moschea. Si sa che di norma il patriarcato di Costantinopoli si comporta in modo meno invadente con il governo turco. Ma stavolta Bartolomeo è preoccupato della possibile ricaduta dell’operazione su Ayasofia di Costantinopoli, e viola la sua tradizionale prudenza, e si dimentica pure che a Trebisonda la comunità ortodossa in pratica è stata distrutta dalle espulsioni dei Greci dal Ponto, cominciate 15 anni prima dell’Olocausto di Smirne, e la piccola comunità cristiana residua è fatta soprattutto da Cattolici turchi. E infatti scendono in campo anche i Cattolici. 
Per i Cattolici Trebisonda è una sorvegliata speciale, dopo l’uccisione del 2006 di Don Andrea Santoro, un sacerdote italiano che vi si era stabilito per soccorrere la comunità locale, da parte di un ragazzino fanatico. Don Santoro si occupava della gente e non di politica, ma aveva amici nella comunità di Sant’Egidio. Inoltre dai tempi di monsignor Roncalli, nunzio apostolico, i Cattolici hanno sempre apprezzato il laicismo turco, vedendovi una barriera all’oltranzismo islamico. Parte così l’offensiva su Ayasofia, ben chiara in un articolo di Marta Ottaviani sull’Avvenire del 5 febbraio 2013. Gli argomenti sono ben scelti: chi preme per trasformare i musei in chiese sono quattro gatti, che non avrebbero nessuna importanza se i politici non li proteggessero; oggi a Trebisonda si stanno facendo le prove per Costantinopoli, il governo odierno è oscurantista, pensate che ha abolito il divieto per le ragazze di girare in università con il velo, ecc…
 
In realtà il governo islamico il 6 gennaio, giusto un mese prima, era riuscito a sopprimere la censura che tutti i governi “laici”, elettivi o militari, avevano mantenuto, e non ha imposto veli, ma ha solo abolito una legge di stile “messicano” che lo aveva vietato con la forza; è molto meno oscurantista dei governi laici che l’hanno preceduto, ma è attaccabile per il solo fatto di essere confessionale. Allora meglio la prudenza: i lavori per utilizzare il museo come moschea vengono fatti (ma è poca cosa: si tratta di riadattare un mihrab), ma prevale la soluzione proposta dal ministero di Beni Culturali, rimasto a difendere il museo: l’edificio apre come museo, e quando viene usato come moschea le pitture cristiane vengono coperte. Non che sia facilissimo, dato che esse sono prevalentemente sulla volta, e non sulle pareti. Ma ai tecnici turchi non mancherà sicuramente l’ingegno per trovare una soluzione. 
 
Questo doppio regime concilia i principi storicistici, più che laici, cari all’occidente, e alla cultura italiana in particolare, con la volontà di minoranze islamiche di rinnegare la cultura kemalista. È un compromesso faticoso, però, forse per caso, propone un modello che se ci fosse maggiore serenità potrebbe essere studiato, e addirittura permetterebbe di recuperare una fruizione laica di alcune chiese troppo precipitosamente sono state trasformate in moschea. Oggi però non pare che la serenità abbondi. E forse ha ragione il patriarca Bartolomeo quando pensa che a Trebisonda sono entrate in azione forze diverse che potranno ritornare sulla scena se si dovesse ridiscutere il destino di Ayasofia di Costantinopoli. Ma questo potrebbe essere un altro articolo. 

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