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Agli smemorati di Berlino (e Roma): un po'di storia dei fondi pensioni greci

Scritto da Dimitri Deliolanes on . Postato in Crisis

Matteo Renzi sarà soddisfatto. Lo scandalo più volte denunciato da lui non ci sarà più: l’Italia in difficoltà non sarà più costretta a sperperare preziose risorse per finanziare i baby pensionati greci. 
Nel corso dell’anno appena passato, come si ricorderà, il presidente del consiglio italiano è stato molto preciso nel denunciare in più occasioni tale scandalo ellenico, traendo le sue informazioni dall’autorevole giornale tedesco Bild, secondo cui in Grecia si andava in pensione a 50 anni, incassando somme superiori ai 2.ooo euro, pronti quindi per suonare il bouzouki bevendo l’ouzo in qualche amena isola dell’Egeo, alla salute del contribuente tedesco.
 
Il fatto che i baby pensionati non fossero al centro delle divergenze tra la Grecia e i suoi creditori, visto che da tempo il programma di Syriza prevedeva la loro drastica riduzione; come pure il fatto che a 50 anni andassero in pensione solo coloro che svolgevano lavori duri e usuranti (in Germania ci sono categorie che ci vanno anche a 45 anni) sfortunatamente non era stato verificato da Renzi, che ogni volta che tratta una questione internazionale getta nel panico il suo staff. Era troppo bello per non essere vero e come dicono i giornalisti, mai lasciare che i fatti ti rovinino la storia.
 
Ma il risultato cercato è stato comunque raggiunto: egli, Renzi, si è distinto nettamente, di fronte agli occhi chiari e severi nei nord europei. Egli era e continua a essere altro rispetto al suo omologo “demagogo”, “populista” e “antieuropeo” greco. Egli fa i compiti e promuove le riforme. Egli è un bravo ragazzo, che collabora.
 
Pressato dalla Bild ma soprattutto dalle critiche di Palazzo Chigi il governo greco ha finalmente deciso di mettere mano al sistema pensionistico. Subito dopo le feste natalizie il ministro greco del Lavoro Georgios Katrougalos ha presentato all’opinione pubblica greca e ai creditori un complessivo progetto di riforma. E già questo è un importante passo in avanti, visto che dal 2010 fino a ieri i vari governi socialisti e conservatori che si sono succeduti non hanno mai avuto il coraggio di affrontare complessivamente il problema pensionistico: bastava tagliare le pensioni e dare soddisfazione alla troika. Dall’inizio della crisi greca fino a oggi di tagli se ne sono fatti ben undici. E, secondo i creditori, non bastano.
 
Come da anni si proponeva il partito di Tsipras, l’attuale riforma risolve definitivamente il problema delle pensioni anticipate, riducendone drasticamente il numero in non più di sette categorie. Tutti gli altri, uomini e donne, che andranno  in pensione dopo l’approvazione e la pubblicazione della riforma, dovranno aver compiuto a 67 anni di età oppure 40 anni di contributi. 
Si prevede la formazione di un unico fondo pensionistico che raggruppi gli attuali più di settanta. Ed è proprio questo il problema maggiore del sistema pensionistico ellenico: che lo stesso Stato greco, nelle sue varie articolazioni (Banca di Grecia, Borsa, etc.) ha saccheggiato dai vari fondi pensionistici una somma che complessivamente supera gli 80 miliardi di euro.
 
La storia non è recente e non riguarda l’attuale crisi economica. Risale al lontano 1950, quando fu imposto per legge ai fondi di depositare le loro riserve nella Banca di Grecia, la quale a sua volta avrebbe definito autonomamente i tassi di interesse, sempre e immancabilmente inferiori a quelli ufficiali.
 Fino a quando questa legge del 1950 arrivò a scadenza, nel 1994, si calcola che i fondi pensionistici abbiano perso circa 58 miliardi di euro. Le maggiori perdite si verificarono nel periodo 1974- 1994 quando il tasso d’inflazione arrivò a circa il 20% ma i tassi d’interesse definiti dalla Banca di Grecia a malapena superavano il 10%. All’inizio degli anni Novanta, inoltre, l’allora governo conservatore di Kostas Mitsotakis aveva permesso ai fondi pensionistici di investire il 20% delle loro riserve in Borsa. Nel 1999 il governo socialista aumentò la percentuale al 23%. Proprio poco prima che scoppiase l’enorme bolla della Borsa greca, che ha fatto perdere ai fondi circa 3,5 miliardi di euro, ma arricchì esponenti del governo e amministratori dei fondi stessi. Per quel gigantesco scandalo furono accusati il premier socialista Kostas Simitis e il ministro delle Finanze Yannos Papantoniou
Simitis è quello che ha truccato i conti per far aderire la Grecia all’eurozona. Papantoniou è stato condannato per falsa dichiarazione fiscale ed è indagato per le tangenti sulle forniture di armamenti.   
 
Ma le avventure dei fondi pensionistici non ebbero termine. Nel 2012 arrivò il taglio del debito greco verso i privati (PSI) che diede loro un’altra mazzata, con una perdita di 12,5 miliardi. All’epoca l’opposizione insistette presso il ministro delle Finanze, il socialista Evangelos Venizelos, affinchè i fondi pensione fossero esonerati dal taglio, ma nulla fu fatto.
Inoltre, la lunga e profondissima crisi, con una disoccupazione che supera il 25%, ha fatto crollare i contributi del 23% circa. Ora tutti i fondi sono costretti a ricorrere al finanziamento pubblico per far fronte ai loro impegni verso i pensionati. Il contributo totale pubbico ammonta a circa il 4% del PIL. Negli ultimi cinque anni i vari governi, sotto le pressioni della troika, hanno diminuito i versamenti ai fondi pensionistici, dai 18,9 miliardi del 2010 agli 8,6 miliardi previsti per il periodo 2015- 2018.
 
I creditori da tempo esigono che tale peso diminuisca drasticamente e che il sistema assuma una logica privatistica: in sostanza, ogni assicurato dovrà incassare in relazione ai contributi versati, niente di più. Oltre però la discutibile filosofia, c’è un evidente paradosso: chiedere il pareggio di bilancio dei fondi in un periodo di gravissima disoccupazione non è una richiesta che abbia un minimo di logica. Infatti, Katrougalos ha rinviato l’inizio del processo graduale di diminuzione del deficit pensionistico al 2018, a condizione che fino ad allora gli indici di crescita del paese siano di segno positivo.
Un altro elemento che prevede la riforma del governo Tsipras è l’abolizione della pensione aggiuntiva EKAS, sancita negli anni Novanta in favore delle pensioni più basse. Sarà sostituita da una pensione sociale  di 385 euro (a quanto ammonta cioè l’attuale pensione minima, che riguarda la maggioranza dei pensionati) a cui avranno diritto tutti (anche i lavoratori stranieri) con un minimo di 15 anni di contributi. Da questa base partiranno gli aumenti in base all’anzianità contributiva. Aumenti sicuramente più modesti rispetto a quelli previsti dal sistema attuale, in cui il pensionato più scegliere come base di partenza il quinquennio meglio retribuito. In altre parole, nuovi pensionati saranno sicuramente penalizzati. 
Il massimo pensionistico non potrà superare i 2.300 euro. Ma Katrougalos è orgoglioso per aver evitato il dodicesimo taglio a che la pensione già la incassa.
Ci sarà anche un aumento dei contributi. Il governo ha proposto di aumentarlo per un triennio all’1% per il datore di lavoro e allo 0,5% per il dipendente. L’Associazione dei commercianti greci ha accolto positivamente la proposta, avanzando l’ipotesi di abbassare il contributo del datore di lavoro allo 0,5%, mentre la Confindustria greca SEV si è mostrata più fredda inizialmente per accettare in seguito la proposta del governo. Per Tsipras il consenso delle parti sociali è fondamentale per superare le molto probabili resistenze dei creditori. Già il FMI ha fatto sapere di ritenere una misura recessiva l’aumento dei contributi dei datori di lavoro, proponendo che l’aumento riguardi solo i lavoratori dipendenti.
Aumenteranno a scalare anche i contributi dei liberi professionisti. La prima stesura della riforma Katrougalos prevedeva contributi molto elevati già per chi aveva un fatturato molto basso, in pratica per tutti coloro che apparentemente sono liberi professionisti ma nei fatti svolgono lavoro dipendente. Durante le consultazioni con i professionisti il governo ha accettato l’errore e si è impegnato a rivedere le aliquote. 
Per la prima volta anche gli agricoltori pagheranno non solo le tasse ma anche i contributi: la loro cassa pensionistica fino a ora era stata pagata totalmente dallo stato e ampiamente usata per fini clientelari.
 E’ già in corso anche un aumento del contributo dei pensionati in favore del sistema sanitario nazionale: dal 4 al 6% per le pensioni principali e dallo zero al 6% per quelle aggiuntive. 
Il governo di Alexis Tsipras è disposto a dare durissima battaglia per far passare la sua proposta presso i creditori. Il più deciso oppositore, come si è già detto, è il FMI che fa pesare per intero la sua filosofia economica neoliberista. 
Non sembra invece ci siano problemi di stabilità per il governo di Syriza. La maggioranza di 153 deputati (su 300) è esile ma solida. Tsipras ha più volte dichiarato la sua convinzione che anche deputati dell’opposizione alla fine sosterranno la riforma. Il premier greco sa bene che proprio questo è la sua arma più potente: il fatto di non avere avversari, il fallimento di tutti i disegni e i progetti elaborati a Berlino e a Bruxelles al fine di ripristinare “governi amici”.
I due maggiori partiti di opposizione hanno sparato ad alzo zero contro la riforma, protestando contro “il taglio alle pensioni”. Non c’è bisogno di spiegare quale credibilità abbiano, visto che i loro governi aveva proceduto in ben 11 tagli.
 I socialisti del Pasok languono sotto la leadership di Fofi Gennimatà, una ex presidente di regione, chiaramente inadeguata a guidare un partito in fortissima crisi di identità. A differenza del Pasok, Nuova Democrazia non ha subito un crollo elettorale delle stesse dimensioni, ma anche il partito di centrodestra affronta seri problemi interni. La prolungata disputa interna per la leadership, inizialmente con quattro candidati, al secondo giro tra l’ex presidente del Parlamento Vangelis Meimarakis e l’ex ministro Kyriakos Mitsotakis, rampollo della omonima dinastia, ha evidenziato un partito profondamente lacerato in almeno tre componenti in conflitto tra di loro: quella estremista di destra, che fa l’occhietto ai nazisti di Alba Dorata, capeggiata dall’ex premier Samaras, quella moderata di centrodestra che fa capo a Meimarakis e quella fortemente liberista e filotedesca che fa capo a Mitsotakis. Alcuni osservatori hanno espresso forti perplessità sulla capacità di Nuova Democrazia di rimanere unita fino alle prossime elezioni.
Questo quadro politico, sperano ad Atene, avrà un’influenza positiva anche nei settori più oltranzisti del governo tedesco. Il progetto di Schauble rovesciare i “comunisti” di Atene rimane sempre in vigore ma bisogna rinviare in attesa di qualche amico greco credibile, almeno un po’.
 

 

 

 

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