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Viaggio interiore, fino alle radici della civiltà

Scritto da Carmelo Nicotra on . Postato in Teknes

Viaggio interiore, fino alle radici della civiltàLa poesia “Itaca” di Kostantino Kavafis (1863-1933) è certo la metafora del viaggio di “iniziazione” e conoscenza del “se” per chi si mette in cammino... Per me è anche il distillato più puro del concetto di viaggio in terra ellenica. Penso che l’impatto con la Grecia, e con Atene in particolare, possa disorientare chiunque vi arrivi per la prima volta. Una città perennemente in bilico tra Oriente e Occidente, dove è andata a vivere quasi la metà del popolo greco.

Come se volessero aggrapparsi all’Acropoli in un disperato abbraccio, dettato dal bisogno di protezione e dal desiderio di riscatto. E stavolta anche io, appena arrivato, provo un senso di disorientamento e di spaesamento nonostante la mia decennale esperienza in terra greca. Non posso rimuovere dalla mente la ragione e le immagini del mio precedente viaggio ateniese: il funerale del grande cineasta Theodoros Angelopoulos. Strappato alla comunità umana e artistica mondiale in umaledetto pomeriggio di fine gennaio mentre era sul set dell’ultimo film della sua trilogia iniziata 10 anni fa con “La sorgente del fiume”. Film al quale ebbi l’onore di partecipare facendo la regia del backstage e realizzando successivamente un documentario dall’emblematico titolo Risalendo il fiume. Un viaggio incontro a Theo Angelopoulos. Adesso sono di nuovo ad Atene, a cinque mesi da quel funerale e a dieci anni dall’incontro con il Maestro che mi ha aiutato a cambiare e reindirizzare le coordinate artistiche ed esistenziali del mio lavoro di regista. Non so bene cosa farò nei giorni a venire ma anche stavolta Atene oltre a essere la mia prima tappa, diventa la porta di accesso all’Ellade, un passaggio spazio-temporale che prelude a un paesaggio interiore in cui specchiarmi e perdermi per poi ritrovarmi, dopo aver dilatato tempo, vicende e conoscenze.

Come il viaggio di Odisseo nella poesia di Kavafis. La Grecia, questo paese vicino e fratello che esprime un popolo arguto, fiero e onesto che non è, e non deve essere, solo il piccolo figliol prodigo ai confini dell’Europa. E neanche il frastagliato approdo di una economia mondiale che speculando impera su di noi o il tanto evocato e temuto spettro del “contagio” che si aggirerebbe per l’Europa. Esso invece è il paese della democrazia e delle sue crisi, dell’immensità culturale e dello stile. Il paese che ci ha lanciati verso la fondazione stessa di un’idea di civiltà. La Grecia per me è prima di tutto questo. La prima sera ad Atene alcuni amici mi portano in giro per la città. Noto che la vita notturna non è più quella di prima. E’ diminuito il flusso inarrestabile di auto, moto e taxi che negli ultimi 15 anni percorrevano a tappe la città, quando a ondate le strade e le piazze attorno a Platia Omonia e Syntagma si svuotavano e riempivano di gente, spinta come da un gigantesco cuore pulsante. Questa “rappresentazione” non va più in scena e provo una grande sofferenza per i greci, per la loro vitalità compressa e schiacciata da eventi che sembrano accadere al di sopra delle loro teste, quasi come un’incomprensibile punizione degli dei dell’Olimpo. E sorrido benevolmente quando uno di questi amici si chiede ironicamente quali offese i greci abbiano fatto agli dei per meritare tutto ciò. Decido di fermarmi un altro giorno ad Atene. Inevitabile. Non voglio sottrarmi ai ricordi e al dolore per la scomparsa di Theo.

Al risveglio mi risuonano in mente alcune sue parole durante una pausa del mio documentario su di lui: «Osserviamo le persone senza cinepresa, guardiamole parlare, passeggiare. E’ tutto molto lento, ma è il ritmo della vita. Il cinema ha inventato il montaggio per eliminare i tempi che considera “morti”. Ma i tempi morti sono una concezione delle mente. Essi sono come le pause musicali. Io so che tutto ciò che è buono è lento, le cose migliori sono lente perché si ha la possibilità di sentirle completamente. Qualsiasi cosa richiede tempo, affinché sia completa, altrimenti c’è l’abitudine, la banalità, il niente». L’elogio della lentezza e il rigore etico e formale di Angelopoulos mi hanno sempre ammaliato. Fin dal primo incontro. Bisogna “non precipitare il viaggio”, come scrive Kavafis. E realizzo che lui e Angelopoulos non potevano che essere ellenici. Perché la Grecia e il microcosmo di Atene sono un fiorire e rifiorire di “tempi morti”, tempi giusti per gustare il sapore della vita che “scorre”. A un certo punto della mattinata, quasi come un autonoma, mi ritrovo a percorrere il centro di un’Atene che - luccicante e polverosa - sembra essere sospesa nel Tempo. Ho appuntamento con Nikos, un caro amico pittore e restauratore che non vedo da alcuni anni. Subito dopo esserci abbracciati ci troviamo a parlare della Sicilia e della Grecia. Di come entrambe siano cambiate negli ultimi anni. Mentre passeggiamo tra gli ultimi negozi di artigianato locale che ancora resistono a Plaka, udiamo una voce di donna che crescendo di nota in nota esprime un vigore che strugge l’anima. Ascolto con attenzione, proviene dall’interno di un teatrino. Evidentemente stanno provando uno spettacolo. Nikos mi spiega che è un noto canto rebetiko di dolore e ribellione. Canti di donne e uomini che – perseguitati e scacciati da Costantinopoli, da Smirne, dal Ponto, a causa della follia nazionalistica e della crudeltà turca - a un certo punto si riversarono tutti nella grande capitale greca. Mentre Nikos mi parla gli sento un groppo alla gola. Lui è un pittore di talento che si è diplomato all’Accademia delle Belle Arti di Catania. Anni fa, per seri motivi familiari, ha dovuto fare ritorno in Grecia, a Eubea. E lì è rimasto. Mi diceva sempre di sentirsi in bilico tra due terre e due amori: la Sicilia e la Grecia. Noto i suoi occhi inumidirsi e capisco il perché Anche lui si sente come un profugo che ha dovuto lasciare un pezzo di se in un’altra terra, nell’amata Catania. E mi si stringe il cuore. Anticipo al pomeriggio l’appuntamento con Alexandra Aidini. Con lei, amica mia e di Theo nonché dolente attrice protagonista de La sorgente del fiume, dovrò parlare di un vecchio progetto di lavoro di cui l’improvvisa e prematura scomparsa di Angelopoulos ne accelera i tempi. Con Nikos ci rivedremo l’indomani per partire verso Eubea e fare insieme un giro dell’isola. «Qui in Grecia c’è una frase popolare che si dice molto spesso e che anche tra noi attori ci ripetiamo: Le montagne sono abituate alla neve». Cosi mi saluta e mi accoglie Alexandra, tra alcuni caffè e qualche karelia-export (sigaretta ndr) che ci accompagneranno, in un kafenìo di Anafiotika, nelle tre ore trascorse a parlare di Teatro e Cinema, ma soprattutto del nostro indimenticabile amico comune Theo Angelopoulos. E poi aggiunge, fermando le parole con uno sguardo sicuro, “Quindi adesso che è un periodo molto difficile per il lavoro, noi ci troviamo preparati alle intemperie” Infine ci salutiamo, non senza un velo di malinconia, lasciandoci dei compiti ben precisi per il nostro progetto comune, il nostro atto d’affetto e devozione verso Theo Penso che stasera non farò tardi. Domattina si parte presto. Leggo e scrivo in albergo, affacciandomi di tanto in tanto dal balcone per controllareche l’Acropoli alla mia destra e il Monte Licabetto alla mia sinistra rimangano al loro posto. Non vorrei che qualche finanziere teutonico, da un momento all’altro, venisse a sequestrarmeli davanti agli occhi. Il viaggio a Eubea in compagnia di Nikos è anch’esso un percorso a ritroso nel tempo.

Di quando dieci anni fa venni, per ben due volte in un mese, con l’amico cameraman Uccio Pazienza e mio fratello Massimo, che coordinava la spedizione, a fare sopralluoghi e riprese del mio piccolo e amato film Da Kalkida a Katana. Sul solco della tecnica documentaristica del “pedinamento” zavattiniano, eravamo al seguito di alcuni studenti greci che frequentavano l’università in Sicilia: tra questi l’amico Nikos, Zackarias, oggi archeologo a Creta, Nektarios, oggi medico chirurgo e musicista col gruppo siciliano dei Nakaira, e altri ancora. In quel progetto, autoprodotto, cercammo di sviluppare un sentimento comune, un lavoro progressivo e di gruppo a cui tutti partecipammo, a partire dagli stessi studenti. Come regista mi limitai a dargli la confezione più consona, evocando percorsi invisibili, ponti di suoni, memorie e ricordi impalpabili tra la Sicilia e la Grecia. La suggestione di un immaginario che potesse unire le due sponde del mar Jonio. Dopo una giornata in giro per l’isola verso notte torniamo a casa di Nikos, a Nea Artaki. Domani si ritorna in Italia. In piena notte mi affaccio dal balcone e guardo il mare, uno spazio mitico che nella lingua greca ha una sonorità dolce e accogliente: Thalassa. Questa notte osservo la forma ventosa delle onde dove fluttua la Grecia e scorgo solo il silenzio degli inizi lungo la rotta perduta degliDei. E non certo la massa grigia del pil a cui i nuovi barbari di oggi hanno inutilmente dedicato la linea stretta della propria storia. Nella tarda mattinata, sulla strada verso Kalkida e il ponte che unisce quest’isola al continente, ci fermiamo a una piccola taverna protesa verso il mare.

Ci sono solo tre donne. La giovane ai tavoli che raccoglie le ordinazioni, quella meno giovane al banco e quella anziana in cucina. Non abbiamo molto tempo e chiediamo solo dei mezes. Nikos mi osserva, oramai conosce molto bene il mio mal di Grecia come io conosco il suo mal di Sicilia e mi sorride compassionevole. Sa bene che rimarrei qui tutto il giorno. Ho sempre amato questi luoghi come se fossero un udito che esplora i limiti del mondo. Alla fine del frugale pasto e dopo un ottimo ellinikò kafè, ci viene incontro la signora anziana che stava in cucina. Poggia sul tavolino due bicchierini di tzìpuro con dei biscottini al sesamo e cannella. Ci sorride lievemente e ci augura Buon Viaggio.

Voglio fermare questo fotogramma: un Kalò Taxidi sussurrato da una tenera e sconosciuta vecchina che, assieme al caffè greco ci offre dei magnifici biscottini appena fatti e sfornati con le sue esili e rugose mani. In uno sperduto kafenìo di Istiaia, dove il mare attorno ai nostri piedi sembrava che entrasse dentro l’anima per non lasciarci mai più. E voglio ricordarlo quando, tornato in Italia, ogni tanto farà capolino un sottile languore, una dolce sofferenza nel cercare certi odori, sapori, immagini e suoni che continuano a sopravvivere in quella mia esistenza parallela che ritrovo ogni volta che mi tuffo nello spazio mitico di quel microcosmo che tutto ha generato e tutto, un giorno, si riprenderà. In quella placenta madre dal sublime etimo: Egeo

Fonte: Rivista Eventi

 

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