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Rodi, quell'originale balletto invernale sulle nuove donne contemporanee

Scritto da Giorgio Fontana on . Postato in Teknes

Pubblichiamo la critica di un balletto greco firmata dal critico italiano Giorgio Fontana e apparsa sul quotidiano del Dodecanneso "Rodiakì" del 6/3/2016.  
 
La  fine di febbraio è un periodo inusuale dell’anno per un autore che vive a Roma, in cui vagheggiare insonne nella bella isola di Rodi, lo smeraldo del Dodecanneso. Ma quest’anno al contrario dal solito, ho deciso di prendermi una piccola vacanza fuori stagione, in pieno inverno.
Ciondolando ondivago, quasi smarrito per le vie della città, il mio sguardo involontario cade sul manifesto di uno spettacolo di danza che sembra partorito dalla notte. “The Other Dinner” del gruppo di danza Artius Dance Theatre, cosi mi viene tradotto dal greco in inglese il titolo dello spettacolo da un ragazzo che sorseggia un caffè frappè seduto all’angolo della strada. Quasi per scommessa, decido incuriosito di andare a vedere questa performance artistica nella  terra dei filosofi.  
La sera, intorno al teatro, simulacro delle vestigia degli italiani in Grecia, ci sono un silenzio e un buio assoluti, appena squarciati dalle luci del balletto che sta per iniziare. The Other Dinner è uno spettacolo oserei dire catartico e inaspettato, perché dopo qualche istante dall’inizio, ti proietta in uno scenario emotivo sincero, incalzante, calandoti nei brividi incalcolabili del sapore. Cinque ballerine, agili e maliziose, con il corpo coperto da tute da lavoro blu si muovono sul palco con grazia e potenza.
 
I loro personaggi sono vivi e reali, non mostrano il corpo, le gambe nude, ma l’identità contemporanea di donne che vivono nella società concreta e morale, donne che tutti i giorni lavorano, si affannano, ridono, combattono, aspettano il non accadere delle cose. E’ questa l’essenza cruda della  vera arte contemporanea, quella che si lega imprescindibilmente con il mondo delle cose reali. Il tutto scorre sulle onde sonore di una musica romantica, psicanalitica, che scandisce implacabilmente i tempi di una rappresentazione della vita che non può che conquistare il nostro ego fatto di lacrime.
 
Rotolano sul palcoscenico una manciata di arance, il segnale della vita terrena che scorre e che va afferrata subito, pena la fine delle nostre ambizioni. La scenografia è scarna ma allo stesso tempo piena, rivoluzionaria nella sua semplicità. Cinque cubi di legno di varie misure sono il trait d’union simbolico che consente alle ballerine di nascondersi, di fuggire, di saltare dinamicamente nelle esperienze virtuali della conoscenza. La dimensione geometrica del cubo è l’ossessivo spunto terreno, quello che consente di non arrendersi all’ineluttabilità della vita, ai segni del decadimento fisico e morale che essa comporta.
Ma chi è la coreografa di questa inaspettata fonte di energia invernale? Chiedo alla mia vicina di sedia, che mi risponde in un inglese perfetto e  dimostra di essere ben informata. L’autrice della performance è Myriam Pekmestzi che mi viene indicata dalla consulente della sedia accanto, essere anche tra le ballerine del gruppo. Mi dice che un paio di anni fa, ha portato il suo gruppo Artius Dance Theatre in terra di Norvegia al festival delle arti contemporanee di Trondheim.
 
E questo richiamo al mondo dell’arte europea mi induce a pensare che un gruppo di danza greco, notturno, invernale, può e deve  aspirare alla luce aperta di un pubblico molto più ampio che ha bisogno di credere ancora nella vitalità delle rappresentazioni artistiche che coinvolgono e destrutturano creativamente l’immaginario di chi assiste, di chi aspetta il raggio luminoso dell’arte. L’immagine pittorica dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci aleggia nello spirito ironico e virtuale dello spettacolo, ma si trasforma sul palcoscenico in uno scambiarsi, un lanciarsi nervoso davanti a una tavola imbandita su di un cubo scenico, le arance che pulsano il succo della vita.
 
Le arance in questa scena della performance non sono altro che l’abbraccio simbolico di piccoli  soli in miniatura che illuminano  chiunque, ma possono bruciare chi è assatanato da ingordigia. Il bacio del tradimento espresso in tutte le lingue del mondo, è l’espediente sinottico  con cui si può riassumere la verità ma soprattutto la menzogna del vivere terreno. Le ballerine adesso si lanciano tra loro baci smarriti, ora strozzati in gola, nella speranza di ottenere quell’accoglienza che però si chiude implacabilmente in rifiuto, forse in flebile speranza, comunque in una lotta senza quartiere in cui appare la meta: dare e ricevere emozioni forti, quelle  che squassano il cuore. 
 
Tra le danzatrici tutte brave, energiche , vitali, ho poi capito bene chi è Myriam Pekmestzi una ballerina, forte, muscolare, le cui mani si muovono con grazia ed espressività inusuali. La gestualità delle sue mani mi ricorda molto da vicino quella di Susanne Linke la grande coreografa e ballerina tedesca interprete mirabile del teatro danza di  Essen, di cui scrissi una recensione molti  anni fa per Vogue Italia, dopo averla ammirata al Teatro Olimpico di Roma.
 
* Giorgio Fontana ha collaborato come critico di cinema, teatro e danza con il gruppo di Vogue Italia, con il  settimanale di arte e cultura e politica L’Espresso, ed è stato autore televisivo di RAI 1
 

 

 

 

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